Torno sui miei passi, parando nuovamente sulla querelle “pellicola/digitale”, riportando in questo post-it le parole che introducono il libro “L’ immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia digitale” di Marra Claudio (Mondadori Bruno, 2006): una lettura imprescindibile per capire la rivoluzione digitale.
Diversamente da quanto il titolo potrebbe far intendere, questo non è un libro contro il digitale, anzi: le nuove forme tecnologiche odierne sembrano poter amplificare alcune delle potenzialità della fotografia tradizionale, basti pensare al formidabile utilizzo delle fotocamere dei cellulari nella produzione e archiviazione di “oggetti” di memoria. L’avvento del digitale, l’affermazione di una tecnologia che fa della manipolazione la sua arma migliore, sembrano aver dissipato le critiche mosse a teorici, artisti e operatori di epoca analogica, secondo le quali la fotografia di prima generazione veniva considerata un mezzo di duplicazione della realtà, incapace di “mentire” e, quindi, di produrre forme culturali. Ma con il passaggio dall’analogico al digitale, definito da molti epocale e dirompente, la fotografia ha veramente cambiato modalità e filosofia di rappresentazione? Andando oltre la querelle tra gli “apocalittici” e gli “integrati”, tra coloro che rimpiangono i prodotti a traccia chimica e quelli che ne annunciano l’inesorabile tramonto celebrando i fasti del nuovo sistema, l’autore propone un confronto originale delle due tecnologie per tornare a riflettere su questioni fondamentali, etiche ed estetiche, dell’identità fotografica, sul ruolo e la responsabilità dell’autore, sull’arte e la comunicazione più in generale.
L’uomo che ha ispirato il film «Urla del Silenzio», il fotoreporter cambogiano Dith Pran, è morto ieri mattina all’età di 65 anni in un ospedale del New Jersey.
Lo ha confermato il giornalista del New York Times Sydney Schanberg che con lui condivise e testimoniò l’orrore del regime cambogiano dei Khmer Rossi. Da gennaio Pran lottava contro un cancro al pancreas, ha detto Schanberg che considerava l’amico e collega come un fratello. Pran lavorava al New York Times come fotografo dal 1979 dopo la sua fuga dalla Cambogia. «Urla del Silenzio», vinse 3 Oscar e racconta la storia di Schanberg che in Cambogia cerca di salvare la vita a Dith Pran, dopo la presa di potere dei Khmer rossi.
Le parole di cui sotto, prese da una vecchia pubblicità della Kodak datata 1988, portano questo piccolo post a confrontarsi con il miraggio che alimenta le mira di tutti noi fotoamatori con ego smisurato: essere artisti. George Eastman ci consegnava non solo la fotografia sviluppata e stampata, ma anche l’illusione di diventarlo. Trasformare i kodakers, come li chiamava sdegnosamente
Stieglitz, in artisti, faceva parte del pacchetto base a disposizione di chi acquistava la fotocamera. Più di un secolo è passato, da quello slogan, ma nulla è cambiato: siamo
“Tous Photographers!”.
Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto.
—
George Eastman, fondatore della Kodak
La fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un evento.
—
Henri Cartier-Bresson
L’aforisma di cui sotto è del famoso scrittore, poeta e drammaturgo irlandese Oscar Wilde. Lo faccio mio parzialmente, modificandone il finale e aggiungendo semplicemente un avverbio di negazione: “La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello non che si ha”.
Ogni qual volta torno da una seduta fotografica, rigorosamente analogica, il primo pensiero è rivolto a ciò che risulta essere impresso sul negativo: “Come saranno le foto? Chissà se ne tirerò fuori un paio di belle…”. Possono passare anche alcuni giorni, dal momento dello scatto alla stampa su carta: in questo intervallo di tempo mi cullo nella convinzione che probabilmente buona parte dei fotogrammi saranno dei capolavori. Il desiderio di correre in laboratorio è fortissimo, la voglia di toccare con mano e vedere finalmente le proprie foto non mi da tregua. Poi magari, una volta sviluppato e stampato il tutto, il risultato sarà meritevole esclusivamente del cestino, ma la particolarità di non poter osservare immediatamente il frutto delle proprie fatiche rende la cara vecchia pellicola un oggetto magico ed illusorio.
Fino al momento in cui gli acidi non impressionano la pellicola, ci si culla nella speranza, desiderano ciò che non si possiede e pronti a sconfessare questo amore non appena le foto risultano stampate. L’illusione svanisce, ci si rende conto che come al solito gli scatti non sono nulla di speciale, si pensa già alla prossima uscita, al nuovo effimero desiderio che immancabilmente tutto ciò si porta in dote. Con tutto il rispetto, il digitale non potrà mai equiparare la magia dell’analogico. Il monitor rende tutto troppo veloce, troppo immediato. Mi vien da dire che “La felicità non è avere quello che si vede”.
La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha.
—
Oscar Wilde